giovedì, 25 giugno 2009
Premetto che, al di là del titolo dell’articolo, questo non è il nuovo commento, che ho promesso, al libro di Paolo Cucchiarelli. Quel commento lo scriverò, tranquilli, datemene il tempo. Chi mi conosce sa che non pratico questa attività come professione principale: anzi, mi dedico alla scrittura nel tempo libero (le cose cambieranno in futuro? Lo spero, ma non ci conto molto). Inoltre, problemi personali si aggiungono in questo periodo a quelli consueti, per cui devo impiegare il mio tempo in altre faccende (come si può vedere anche dall’ora in cui scrivo) e nei prossimi giorni andrà pure peggio…
Intervengo, quindi, solo perché sul gruppo su Facebook dedicato a “Il Segreto di Piazza Fontana” ho visto emergere una questione nuova. Cucchiarelli segnala di aver chiesto a Liberazione lo spazio per una sua replica all’articolo firmato da me e Saverio Ferrari apparso sul quotidiano il 20 giugno, ed evidenzia con amarezza che lo spazio gli è stato negato.
Intervengo, dunque, esclusivamente su tale argomento con alcune puntualizzazioni.

- L’articolo in questione, come detto apparso il 20 giugno, è una versione ridotta di quello pubblicato per intero sul mio blog, sul sito di Saverio, su altri siti internet e pure sul già citato gruppo di Facebook.

- La decisione di pubblicare sul mio blog la replica di Paolo è mia, perché ritengo che chi fa questo lavoro (sia per professione, come Cucchiarelli, sia per sostanziale “hobbysmo”, come me) abbia il dovere di dare spazio alle critiche, anche severe; basta che si resti nel limite dell’educazione. Io ho giudicato (con Saverio) severamente il libro, ed era mio/nostro diritto. Cucchiarelli ha risposto in modo tagliente ma civile: era suo diritto e mio dovere dargli spazio (anche perché un blog personale ha obblighi di “netiquette” diversi da quelli di un sito o di un giornale). Da lì in poi lo scambio di opinioni è proseguito (e proseguirà) con – credo – utilità intellettuale per entrambi.

- Non sono stato minimanmente coinvolto nella scelta di Liberazione di non dare spazio alla replica di Cucchiarelli. Non sono giornalista, redattore e neppure collaboratore free lance del giornale. Ne sono un “lettore attivo”; sono un intellettuale (credetemi, uso questo termine assolutamente senza pomposità; se non erro è Antonio Tabucchi ad aver definito intellettuale “chiunque usi la propria intelligenza con metodo”) che a volte invia dei pezzi, a volte pubblicati a volte no (sta nel gioco). Dunque la decisione del giornale non mi vede coinvolto e non ne conosco le motivazioni che la sottendono (le apprendo solo da quanto scrive Cucchiarelli sul gruppo Facebook). Dico solo una cosa: sul mio piccolo spazio (questo blog) proseguirò nella mia linea di dare voce alle repliche di chi la pensa diversamente da me. Verrà magari un momento in cui ci si accorgerà che l’uno non convince l’altro, fermo restando il rispetto per l’altrui posizione e l’arricchimento vicendevole che – in ogni caso – ognuno avrà grazie al contributo opposto. In quel momento la discussione si fermerà da sé, ma con la consapevolezza che non è stata inutile.

- Paolo Cucchiarelli suggerisce che io non so che pesci pigliare e come comportarmi con gli elementi nuovi della sua inchiesta, relativamente al mio libro su Piazza Fontana. E dice di sperare che io sia tormentato da mille dubbi. Non la prendo come un’osservazione negativa, ma non è del tutto vero e devo puntualizzare alcune cose. Ho sempre ritenuto il dubbio il miglior amico di un pensatore. Non mi fanno paura i dubbi, ma bensì le certezze granitiche, l’assolutismo, la fede cieca in una convinzione. In una parola: l’ottusa chiusura “all’altro”.
In realtà, però, il mio libro su Piazza Fontana l’ho pensato fin dall’inizio come ad una cosa che fonde un livello evocativo con uno – più in filigrana – fattuale o documentale. Non è una controinchiesta, per intenderci. Peraltro, ho già spiegato di continuare a non condividere il succo de “Il segreto di Piazza Fontana”. Ne apprezzo lo sforzo di ricerca (qua e là ho trovato degli errori anche sul piano documentale, ma non importanti. Comunque, ne parleremo), continuo a non condividerne le conclusioni. Che trovo sbagliate (e qui rispondo ad un’altra velata obiezione di Cucchiarelli) NON perché “inopportune politicamente” (cosa di cui, in ipotesi, non m’importerebbe nulla) ma, semplicemente, perché… sbagliate… Ma questo è il piano fattuale su cui, come dicevo, tornerò un’altra volta, non appena il casino personale di questi giorni sarà passato (spero…). Tutta questa lunga digressione per dire “ben vengano i dubbi”, ma il libro di Cucchiarelli in realtà mi spingerà a rivedere e a supportare meglio l’apparato redazionale che farà da corollario al libro, non il libro in sé.

- un’altra curiosità apparsa nel succitato gruppo di Facebook è: sapere quanti e chi tra i giornalisti di Liberazione, negli anni '70 era nell'Autonomia, nella sinistra extra-parlamentare, in Potere Operaio, Lotta Continua eccetera. Non ne ho la più pallida idea e la cosa, in una scala da uno a dieci, mi interessa “meno 12”. Faccio però ad una riflessione: siccome spesso si parla di superare le vecchie ideologie, invito tutti a non pensare che se Tizio (vecchio appartenente al gruppo extraparlamentare di sinistra “Pincopallino”) scrive o pensa oggi certe cose (questo non vale solo per Piazza Fontana) lo faccia solo in nome della sua vecchia appartenenza ideologica che gli darebbe dei paraocchi. Anche nella cosiddetta sinistra radicale siamo un po’ più evoluti del cane di Pavlov… Io ad ogni buon conto, ho un pedigree tranquillo: negli anni 70 al massimo giocavo coi mattoncini Lego…

Francesco “baro” Barilli
mercoledì, 24 giugno 2009
Accantono per il momento la questione relativa a “Il Segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli. Ci tornerò di sicuro un po’ più avanti, in primo luogo perché è oggettivamente molto interessante, in secondo luogo perché è ancora più interessante per me personalmente. Sull’ultimo punto, vi invito a leggere il mio ultimo commento nel topic “La risposta di Paolo Cucchiarelli” (qui), dove faccio anche un accenno (per ora molto vago, solo per scaramanzia) al progetto che sto seguendo su Piazza Fontana, che si concretizzerà a fine anno.
Come dicevo, ora accantono però la discussione su Piazza Fontana e affronto un argomento molto diverso e che, anche se "di nicchia", mi sembra di rilievo, visto che si parla delle storture della Protezione Civile e dello stato "militaresco" e militarizzato dei VV.FF. Inoltre - vista la "questione Abruzzo" - credo che l'intervista sia di attualità.

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“Il governo ci vuole come semplici manovali del soccorso”
Intervista ad Antonio Jiritano, coordinatore nazionale RdB Vigili del Fuoco

di Francesco “baro” Barilli


Spesso li vediamo prodigarsi in situazioni di calamità naturali, lavorando sodo e restando lontani dalle telecamere, quando altri approfittano delle circostanze per passerelle mediatiche, elettorali o pubblicitarie. Sappiamo immaginare le complesse problematiche che fronteggiano nelle attività di soccorso, ma non quelle quotidiane che si trovano a sostenere. Per colmare questa lacuna abbiamo incontrato Antonio Jiritano, 54 anni, coordinatore nazionale delle Rappresentanze Sindacali di Base per il corpo dei Vigili del Fuoco.

Sono entrato nei vigili del fuoco giovanissimo, nel 75. La vita all’inizio era ben diversa da come l’avevo immaginata: l’orario di lavoro era di 24 ore di lavoro e 24 ore libere (ma tra lo smontare ed il montare era più il tempo in caserma che quello fuori). Ma soprattutto la caserma non era un vero posto di lavoro: i vigili del fuoco uscivano da una vita  da militari che non tutti avevano metabolizzato. Esistevano ancora i marescialli, i “capi” che ti obbligavano a fare le peggiori cose, dalla pulizia dei cessi al lavaggio dei pentoloni.

E’ da queste vessazioni che comincia la tua attività sindacale?

Sì. Fino a pochi anni prima era vietata, e per uno come me, arrivato dalle file del PCI come tesserato e militante, era d’obbligo avere la tessera CGIL. I primi anni siamo riusciti a coinvolgere un bel gruppo di persone. Le nostre rivendicazioni erano tutte interne al posto di lavoro, mai questioni generali: non avevamo ancora una percezione più ampia del sindacato. Il rapporto con la CGIL finisce negli anni 80: si cominciava ad avvertire quello che succedeva nelle fabbriche, con le politiche deboli e concertative del sindacato. L’altra svolta avvenne quando, a Roma, sentii parlare dei sindacati di base, che lottavano per un salario migliore, i passaggi di qualifica, la democrazia nei posti di lavoro. Tutti argomenti che erano patrimonio dei lavoratori, ma in CGIL non diventavano “nostro patrimonio”. Incuriosito presi contatti con questi colleghi di base, partecipai ad alcune riunioni dentro i peggiori scantinati di Roma (ci chiamavano carbonari ed avevano ragione). Rientrato nel mio posto di lavoro, dopo varie riunioni decisi di lasciare la segreteria CGIL.

In quali campi avete avanzato le vostre battaglie e proposte?

In tutti i campi. Dal salario adeguato alla nostra specializzazione, ad un sistema di protezione civile diverso (dove i vigili del fuoco siano il perno centrale, attorno a cui deve ruotare il sistema dei soccorsi nel paese), dalle battaglie per l’indennità di rischio a quella per la sicurezza nelle sedi di servizio, fino a quella per un sistema previdenziale che ci individui come lavoratori a rischio… Battaglie non solo contro il governo, ma pure verso i sindacati confederali che si vedevano scavalcati.

Negli anni recenti c’è un momento che vedi come una svolta?

Direi fra il 2004 e il 2005, quando il corpo nazionale VV.F ha subito un ritorno a un passato vecchio di trent’anni, quando eravamo militarizzati. Abbiamo fatto lotte da Milano a Palermo, occupazioni e blocchi di ogni genere, anche in luoghi vietatissimi come la piazza antistante il parlamento, finita con fermi di polizia e qualche denuncia. La battaglia contro la militarizzazione l’abbiamo persa. Avevamo contro governo, CISL e UIL, e altri sindacati all’uopo creati e foraggiati dalla destra. Alla fine siamo stati l’unica opposizione al sistema che ci voleva militarizzati, gli unici che insistevano sul ruolo sociale dei VV.F. Anche al nostro interno credo che molta gente si sia fatta irretire da miraggi di grandi guadagni che non sono mai arrivati. Alla fine quello che sostenevamo come sindacato di base si è avverato nel tempo: sempre più militarizzati (saluto, senza barba, senza orecchini, stivali lucidi, gerarchia, senza contrattazione, senza soldi) e senza alcuna valorizzazione per la nostra professionalità. Per non parlare di come sono trattati gli operatori amministrativi, che sembrano una struttura estranea, quasi un peso (c’è chi li vorrebbe fuori dal corpo nazionale VV.F .).

Il rapporto col governo attuale?

Dal suo insediamento il governo ha dichiarato (a parole…) grande sensibilità per i Vigili del Fuoco. Oggi, dopo l’ennesima calamità, è dimostrato che non si può pensare di soccorrere la popolazione senza il nostro impiego: farlo significherebbe pagare un tributo in vite umane troppo alto. Tutto questo anche per le condizioni in cui è lasciato il paese dai nostri governanti, centrali e periferici: incuria del territorio, mancanza di una cultura della prevenzione, scarsità di specialisti del soccorso pronti ad intervenire immediatamente.

In questo momento è naturale chiederti qualcosa sulle vostre condizioni dopo il terremoto in Abruzzo.

Siamo senza contratto di lavoro, scaduto da un anno e mezzo; con mezzi di soccorso carenti o spesso obsoleti e inefficienti; senza attrezzature tecnologiche all’avanguardia per migliorare la qualità del soccorso tecnico urgente alla popolazione; senza riconoscimento di lavoro particolarmente usurante (spesso siamo a contatto con materiali pericolosi, chimici e velenosi); con un organico inadeguato ai parametri europei (circa 15.000 unità in meno). Per non parlare degli straordinari cui siamo obbligati, vuoi per esigenze particolari, vuoi per supplire a carenze d’organico… Tutto questo avviene perché operiamo nell’ambito della Protezione Civile, ma con un ruolo di manovalanza, non come struttura portante; avviene perché il governo ci vuole come semplici militari e manovali. I cittadini sono abituati, giustamente, a chiederci aiuto. Ma oggi sono i soccorritori a chiedere aiuto ai cittadini per rimettere in piedi il soccorso in Italia…
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categoria:interviste, articoli-interventi
venerdì, 19 giugno 2009
Per leggere la risposta di Paolo Cucchiarelli, cliccate sul file allegato qui sotto:
CucchiarelliRispondeaBarilli



Caro Cucchiarelli, caro Castronuovo,
solo alcuni appunti sparsi:
non c’è bisogno di minacce, più o meno velate, perché io pubblichi la replica: personalmente trovo che pubblicare una risposta, anche critica (io, per motivi di tempo, per ora sono riuscito solo a vederla di fretta, ma mi sembra che quello sia il tono, e non immaginavo nulla di diverso) sia solo questione di educazione. Chi mi conosce sa che non mi manca.
Accolgo dunque la richiesta di Manlio Castronuovo e pubblico la replica di Paolo Cucchiarelli. La pubblico come documento allegato (è lungo e “formattato” in modo piuttosto chiaro: anche per i lettori di questo blog sarà più facile leggerla).
A quel punto, mi auguro sia fatto altrettanto per una mia (o nostra – con Saverio, intendo) eventuale controreplica, a partire da questa.
Una cosa, però: a me il dibattito va bene, ma Paolo mi sembra partire col piede sbagliato, adombrando “ordini di scuderia”; e pure nella sua risposta, per quel che ho potuto leggere, ci sono elementi sbagliati (non intendo a livello concettuale – in questo momento non mi soffermo su quelli – ma a livello di approccio). Parlo di accuse di furberie, di aver taciuto certe cose, addirittura di plagio verso Giannuli o il Manifesto eccetera. Sia chiaro: se un libro è lungo 700 pagine una recensione-commento non è che debba essere lunga 200 solo per far piacere all’autore… Quindi, se su certe cose io e Ferrari non ci siamo soffermati non è perché non le si sia lette o perché le si ritenga “scomode”, come insinua Paolo. Vorrei fosse chiaro: io, su Piazza Fontana non ho una verità precostituita. Forse non l’ha nemmeno Cucchiarelli, però – questo è il mio parere su cui tornerò alla fine di queste note – ne ha una di cui si è “innamorato”. E gli innamorati, si sa, tendono a non vedere i difetti dell’oggetto del proprio sentimento.

Se Cucchiarelli vuole vedere ad ogni costo, nel commento scritto da me e Saverio, della malafede, non posso farci nulla. Dal canto mio posso rassicurarlo con una frase molto semplice: gli auguro che il suo libro sia letto e abbia successo. Mi auguro pure che i suoi lettori, se vogliono conoscere la storia di Piazza Fontana, non si fermino “solo” a questo lavoro (che considero prezioso, pur non condividendone le conclusioni) ma decidano di allargare le proprie conoscenze anche con altri lavori.

Faccio un’altra chiosa sugli “ordini di scuderia” e preciso: ho quasi 44 anni. Ne ho passati 37 senza essere iscritto a nessun partito; poi ne ho passati 5 iscritto a Rifondazione (per motivi complessi con cui non voglio annoiarvi: diciamo che era il tentativo di “fare qualcosa” all’interno di una struttura organizzata). Quest’anno non ho rinnovato la tessera e posso tranquillamente passare gli anni che mi restano da non iscritto a nessun partito, ricollegandomi alla scelta dei primi 38 (oddio: i primi 18 forzatamente, i successivi 19 deliberatamente) e vivendo felice. Faccio quel che faccio, scrivo quel che scrivo, penso quel che penso, solo perché “lo sento”: per passione intellettuale e morale. Tutto qui. Magari sbagliando, ma senza fini occulti.

L’accusa di plagio verso Giannuli o il Manifesto, poi, è quella che (per mia inclinazione personale) mi ha maggiormente ferito. A tale accusa non posso opporre altro se non una richiesta di credere alla mia buona fede: l’articolo di Giannuli l’ho letto quando già io e Saverio avevamo ormai completato il nostro lavoro, e non ci ha influenzato. Al limite, sarebbe Cucchiarelli a doversi fare una domanda: “ma se Barilli, Giannuli, il Manifesto e Ferrari arrivano a conclusioni analoghe, non sarà che magari qualcosa nel mio lavoro non li ha convinti? Non sarà che alcune ‘prove’, che io voglio vedere come tali, forse non sono così solide, ma sono – almeno per loro – suggestioni? Non è che dovrei ragionare sulle loro critiche, anche a costo di mettere in dubbio mie convinzioni consolidate?”. Al contrario, sembra che Paolo preferisca pensare anche a noi (io, Giannuli, il Manifesto e Ferrari, e anche Sofri nella sua rubrica - http://www.ilfoglio.it/piccolaposta/216 – è stato molto critico verso “Il segreto di Piazza Fontana”) come a marionette teleguidate, o a persone accecate da paraocchi ideologici…
Facciamo così, anche in questo caso, gioco a carte scoperte e dico: per me Cucchiarelli ha scritto quel che ha scritto in perfetta sincerità. Io non lo condivido, ma credo che alla base delle sue convinzioni – per me erronee – ci sia solo, come ho accennato prima, una sorta di “innamoramento” verso un’inchiesta che lo ha appassionato per dieci anni; un innamoramento che ha consolidato in lui quelle opinioni. Dietro “Il segreto di Piazza Fontana” non c’è nessuna “strana manovra” dell’autore (ma, sottolineo, nel mefitico clima politico in cui viviamo le manovre possono purtroppo innestarsi a posteriori, al di là della volontà degli autori).
A me, basterebbe che Cucchiarelli formulasse un uguale riconoscimento verso me e Saverio: nessun “ordine di scuderia”, nessun plagio, nessuna malafede nell’articolo che abbiamo scritto. Per me la “polemica Barilli-Cucchiarelli” si chiude qui. Io non ho in mano la verità su Piazza Fontana, né mi sono affezionato per “fedeltà alla linea” (quale, poi?!) ad una verità precostituita; spero che anche Paolo si convinca di non esserne diventato l’unico depositario.

Francesco “baro” Barilli

P.S.:  solo una precisazione fattuale, cioè nel merito del libro e del nostro articolo. Cucchiarelli scrive “Mi fa specie poi di Ferrari che sfruttando un mio suggerimento di qualche anno fa si e’ chiesto su internet (controllate) “Quante erano le bombe il 12 dicembre?” tranne ora contestare il tutto se la cosa non gli conviene nel passaggio su Valpreda.”
Saverio non ha mai rinnegato di aver scritto delle due bombe in più (se non erro, non solo su internet, ma pure in un articolo su Liberazione), anzi!!! Del particolare abbiamo discusso anche recentemente, prima ancora dell’uscita del libro di Cucchiarelli. Alle due bombe in più, in altre parole, crediamo anche noi; semplicemente la spiegazione che diamo è diversa (e lo abbiamo scritto): “Ad esempio, tutta la vicenda delle due bombe scomparse potrebbe avere ben altra spiegazione: il loro ritrovamento potrebbe essere stato impedito per lo stesso motivo per cui fu fatta brillare la bomba alla Commerciale Italiana, ossia per evitare che si risalisse in breve tempo alla matrice fascista degli attentati”. Questo solo per chiarezza, non per riaprire la polemica.

P.S. 2 (per i lettori del blog): per maggiore chiarezza, e per capire questo articolo, leggetevi anche i commenti, scritti da Cucchiarelli e Castronuovo, all’articolo "Il segreto di Piazza Fontana": un'occasione persa

giovedì, 18 giugno 2009

Francesco "baro" Barilli e Saverio Ferrari

"Il segreto di Piazza Fontana", scritto da Paolo Cucchiarelli e uscito per l'editore Ponte alle Grazie (pag. 704, € 19,80), è un lavoro interessante e inquietante nella prima parte, sconcertante e irritante nella seconda. Fonde elementi di inchiesta a voli pindarici dell'autore - che si fanno via via più fantasiosi, depotenziandone il contenuto - e appare viziato alla base da un difetto: il cadere in ricostruzioni azzardate, con concessioni alla più sfrenata dietrologia. Un limite che rende il libro non una sorta di verità definitiva sulla "madre di tutte le stragi", come è stato pubblicizzato, ma un contributo che rischia di mettere in ombra persino la parte di verità già accertata.

Le due bombe nella banca, quelle "scomparse" e "l'ingenuità" degli anarchici
Quel giorno, alla Banca nazionale dell'agricoltura, sarebbero state portate due bombe. Una di matrice anarchica; dotata di timer e trasportata nella banca da Pietro Valpreda, era destinata a un attentato dimostrativo, dovendo esplodere quando gli uffici erano già chiusi e privi di persone. La seconda, più potente, sarebbe stata portata dai fascisti; dotata di accenditore a strappo e di una miccia, fu fatta esplodere prima di quella anarchica, innescando forzatamente pure questa. Fu l'ordigno a miccia a causare la strage, e la strategia era finalizzata ad addossare l'attentato alla sinistra. Più precisamente, i fascisti non intendevano fermare il proprio depistaggio a poche schegge dell'ambiente anarchico, ma volevano arrivare fino all'editore Giangiacomo Feltrinelli. In questa ottica Valpreda, pur restando sostanzialmente innocente, torna ad essere figura assai discutibile: ingenuo burattino dei fascisti, stragista involontario, testa calda che si accompagnava a frequentazioni dubbie, mentitore per necessità. Un conto è però ricordare Valpreda come un ingenuo (anche commentatori più benevoli con l'anarchico lo ricordano così), ben altra cosa è descriverlo come una marionetta teleguidata che segue indicazioni altrui senza porsi domande o dubbi: il suo comportamento, nella ricostruzione di Cucchiarelli, rasenta più l'imbecillità che l'ingenuità. Si pensi solo che avrebbe ritirato la bomba, da collocare alla banca, nella sede degli studenti greci simpatizzanti col regime dei colonnelli...
Gli attentati certi del 12 dicembre '69 furono 5. A Milano, oltre che in Piazza Fontana, un ordigno venne ritrovato inesploso alla Banca commerciale italiana di Piazza della Scala. Fu fatto frettolosamente brillare, con la conseguente compromissione di materiali che potevano rivelarsi utili nelle indagini. Altre tre bombe furono collocate a Roma. Una esplose nei sotterranei della Banca nazionale del lavoro. Le altre due scoppiarono in successione presso l'Altare della Patria.
Secondo Cucchiarelli quel giorno a Milano sarebbero falliti altri due attentati. Questa voce fu riportata già da alcuni quotidiani nei giorni successivi il 18 dicembre 69: i giornali riferirono di una conferenza stampa tenuta il giorno precedente dagli anarchici del circolo del Ponte della Ghisolfa. Secondo tale fonte, la sera del 12 dicembre sarebbero stati ritrovati altri due ordigni inesplosi, uno in una caserma militare e uno in un grande magazzino; la Questura milanese smentì la circostanza. Ne "Il segreto di Piazza Fontana" si ipotizza che anche questi due ordigni fossero di matrice anarchica, e che pure questi dovessero essere manomessi o raddoppiati dai fascisti, per rendere più pesante il bilancio stragista.
E qui si torna alla "stupidità" degli anarchici, che doveva essere, se si vuol credere al libro, una loro caratteristica endemica: secondo l'autore è Giovanni Ventura a portare l'11 dicembre due bombe ai coniugi Corradini, e sempre secondo Cucchiarelli si tratta proprio dei due ordigni "scomparsi". Va sottolineato che i Corradini erano attivisti anarchici tornati in libertà solo il 7 dicembre, dopo mesi di carcere per gli attentati del 25 aprile, un'accusa per cui buona parte del loro gruppo era ancora detenuta. In questo contesto appare inverosimile che due persone da poco scarcerate si espongano con leggerezza a una simile operazione: per i Corradini si andrebbe oltre l'imbecillità...

Il ruolo di Pinelli e la sua morte
Pure il ferroviere anarchico dal libro esce innocente, ma non privo di macchie. Quel giorno Pinelli avrebbe intuito la trappola fascista in cui stavano per cadere i suoi compagni e si sarebbe adoperato per evitare che le altre due bombe scoppiassero a Milano. Per questo avrebbe fornito un alibi falso a chi lo interrogava, facendo insorgere sospetti sul suo conto; nella concitazione dell'interrogatorio, sarebbe nata una colluttazione, sfociata nella mortale caduta dal quarto piano della Questura milanese.
Nel caso Pinelli, la ricostruzione della dinamica della caduta appare valida, anche se non viene aggiunto nulla di nuovo al panorama, che già contemplava la colluttazione e la morte "incidentale" tra le ipotesi.
Da sottolineare - anche se a livello di pura aneddotica - che se gli altri anarchici sono rappresentati come sciocche marionette, secondo Cucchiarelli Pinelli avrebbe mandato messaggi cifrati su Valpreda addirittura utilizzando l'enigmistica (pag. 246)! Ci sfugge, in un simile ambiente, chi avrebbe potuto coglierli: certo non i suoi compagni.

Quando la dietrologia inganna
Come già accennato, Cucchiarelli ha sicuramente svolto un grande lavoro di documentazione, e - almeno per quanto riguarda la prima parte del libro - si può supporre che le intenzioni fossero sincere. In un video sul web (C6.tv) ha dichiarato "Gli anarchici sono rimasti vittime di una trappola, predisposta nel tempo (durante tutto il 69, con l'aiuto e la copertura dello stato e dei servizi segreti) affinchè fossero il capro espiatorio, coloro che dovevano pagare per questa trappola". Affermazione nella sostanza condivisibile, ma non c'era bisogno di un lavoro così imponente per formularla. Il lavoro giudiziario su Piazza Fontana è stato già notevole: certo, incompleto sul piano degli esiti penali e per questo deludente, ma molte cose sono state appurate, specie nell'ultima istruttoria, conclusa in Cassazione il 3 maggio 2005. In Veneto fu costituito, nell'alveo di Ordine Nuovo, un gruppo eversivo che aveva cervelli e manovalanza principalmente nelle cellule di Padova e Mestre. E' in questo ambito che vengono realizzati gli attentati del '69, da quelli incruenti della primavera-estate fino a quello tragico del 12 dicembre. Per quanto riguarda responsabilità personali nessuno è stato condannato, ma su Franco Freda e Giovanni Ventura, principali esponenti padovani del gruppo, tutti e tre i gradi di giudizio hanno espresso una valutazione - citando un commento del Giudice Salvini scritto il 15 maggio 2005 per il periodico dell'ANPI - di "colpevolezza storica, anche se non traducibile in una sentenza di condanna", essendo i due soggetti già stati assolti in un altro processo e per il noto principio giuridico secondo cui nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato, se nel frattempo è stata già emessa una sentenza definitiva di assoluzione. In questo quadro fa eccezione Carlo Digilio, e sul particolare correggiamo un errore - formale ma di un certo rilievo - di Cucchiarelli. Ne "Il segreto di Piazza Fontana" l'autore annovera pure Digilio fra gli assolti (per prescrizione). In realtà l'artificiere di fiducia di Ordine Nuovo nel Veneto fu condannato in primo grado: si riconobbe che aveva svolto, come confessato, una consulenza tecnica sull'esplosivo poi usato nella strage. Appello e Cassazione non hanno smentito quella sentenza, a cui l'interessato non oppose ricorso. La prescrizione, in questo caso, non inficia la condanna, che è passata in giudicato rendendo Digilio tecnicamente l'unico colpevole processualmente accertato per la strage.

I finti scoop
In un'inchiesta complessa come quella su Piazza Fontana (intricata di suo, inquinata dai noti depistaggi, ormai appesantita da anni che la rendono ancora più difficoltosa) è normale affidarsi, oltre che ai fatti, a ragionamenti logico deduttivi o a intuizioni. L'importante è non farsi accecare dalla voglia di giungere a un risultato, spacciando le ultime per fatti acclarati. Purtroppo è proprio in questo tranello che cade "Il segreto di Piazza Fontana".
Tutta la spiegazione sulla doppia bomba alla Banca dell'agricoltura resta una teoria non sorretta da elementi solidi. Peraltro, c'è un dato storico che a Cucchiarelli sembra sfuggire: che i fascisti abbiano ideato una strategia complessa per addossare la strage agli anarchici è cosa ormai condivisa da tutti, e così pure che questa sia risultata efficace per lungo tempo. Perché i fascisti avrebbero dovuto renderla ancora più intricata di quanto già non sia apparsa negli anni?
Come ha ricordato Sofri nel suo ultimo libro ("La notte che Pinelli"), le indagini si orientarono verso gli anarchici, e su Valpreda in particolare, ben prima del "riconoscimento" di quest'ultimo, avvenuto la mattina del 16 dicembre: addirittura dal tardo pomeriggio del 12 dicembre, quando Pinelli viene invitato in Questura. Pinelli segue da via Scaldasole col proprio motorino il Commissario Calabresi che, con la propria vettura, carica con sé Sergio Ardau, un altro anarchico. E' lo stesso Ardau a ricordare che Calabresi e Panessa (funzionario di polizia che avrà un ruolo chiave nella successiva caduta del ferroviere anarchico) gli parlarono già durante il viaggio, accennando già in quel momento alla matrice anarchica dell'attentato e alle responsabilità di Valpreda. I fascisti, insomma, potevano seminare su un terreno già pronto al raccolto, senza complicarsi la vita fra doppie bombe, ordigni scomparsi, manovalanza inconsapevole (Valpreda) e consapevole (il vero attentatore); tutti elementi che, aggiungendosi a una tela già fitta, rischiavano di indebolirla invece di consolidarla. Da notare anche che ne "Il segreto di Piazza Fontana" si affronta pure un'altra ipotesi che per anni ha affascinato storici e magistrati: quella del "sosia di Valpreda", ossia del neofascista che sarebbe stato prescelto per compiere l'attentato proprio per la sua somiglianza con l'anarchico. Cucchiarelli in proposito arriva a una conclusione bizzarra: essendo due le bombe da depositare nella Banca, ci fu sì Valpreda, ma pure il suo sosia, entrambi arrivati sul posto con due distinti taxi. Anche in questo caso si tratta non solo di un particolare poco spiegabile (se si aveva la certezza di far compiere l'attentato a Valpreda e di incastrarlo con un riconoscimento, perché anche l'altro attentatore doveva essere un sosia dell'anarchico?), ma pure di un appesantimento organizzativo che poteva mettere a repentaglio l'operazione.
Peraltro, la coltre di silenzi e depistaggi gravante su Piazza Fontana in questi quarant'anni si è parzialmente disgregata anche nell'ambiente neofascista e ordinovista, e pure questo è un elemento non tenuto in debita considerazione da Cucchiarelli. Specie nell'inchiesta Salvini, iniziata alla fine degli anni 80 e sfociata nel processo concluso nel 2005, molti "camerati" hanno parlato, alcuni dando un contributo alla ricostruzione dell'eversione nera e stragista. Digilio, Siciliano, Bonazzi, Vinciguerra e altri hanno aperto il proprio album dei ricordi, alcuni vagamente, altri in modo preciso e circostanziato. Pure sull'intenzione di far ritrovare in una villa di Giangiacomo Feltrinelli timer analoghi a quelli usati il 12 dicembre Cucchiarelli non svela niente di nuovo: nell'ultima istruttoria ne hanno parlato Giusva Fioravanti, Bonazzi, Calore e persino Giannettini (l'agente Zeta del Sid, pesantemente implicato nelle indagini fin dagli anni 70). Dunque, perché mai in questo mare di rivelazioni (molte delle quali fatte da persone ormai non perseguibili penalmente, quindi contrassegnate da minori margini di ambiguità) non è emerso nulla sulla pista della doppia bomba? Se nell'immediato si trattava di particolari da sottrarre accuratamente alle indagini, i motivi di un'uguale riservatezza in rivelazioni di trent'anni successive non paiono spiegabili.
Considerazioni a parte sono invece dovute a un altro particolare che Cucchiarelli evidenzia nel libro: il ritrovamento di un pezzo di miccia, menzionato nella fase iniziale delle indagini e poi inspiegabilmente uscito di scena, che fa pensare a un ordigno il cui innesco fosse di tipologia diverso da quello ormai consolidato nella storia di Piazza Fontana (ossia: un innesco a miccia in luogo del famoso timer). Questo particolare è forse il più rilevante fra quelli apparsi nella prima e più interessante parte del volume, nonché difficile da controdedurre. Resta però un elemento solitario, da solo insufficiente per avallare ricostruzioni alternative a quella che la Magistratura ha già puntualmente descritto, pur senza arrivare a responsabilità personali. Un elemento che invece Cucchiarelli utilizza davvero come una miccia, per accendere il motore che lo porterà su un percorso che, da qui in poi, si fa arbitrario.

I timer: ricostruzione interessante, conclusioni discutibili
Cucchiarelli fa una lunga dissertazione sui timer (da 60 e 120 minuti) comprati dal gruppo di Freda e Ventura per Piazza Fontana e in generale per l'operazione del 12 dicembre. In particolare si sofferma sull'intercambiabilità e sulla modificabilità dei "dischi orari". Il suo intento è dimostrare che un timer da 120 minuti potesse essere trasformato in uno da 60, ingannando così un potenziale "attentatore in buona fede", il quale si sarebbe convinto di posare un ordigno la cui esplosione era stata programmata due ore dopo l'innesco, mentre in realtà il tempo concesso alla detonazione era dimezzato.
La riflessione sulla manomissione dei dischi-tempo è interessante, ma crea alcuni buchi logici nella stessa ricostruzione di Cucchiarelli, di cui l'autore sembra non accorgersi o liquida con superficialità.
Se la bomba "anarchica" era destinata a esplodere per induzione, cioè grazie a quella posata accanto dai fascisti e con l'innesco a miccia, perché si doveva modificare il timer? A quel punto sarebbe andato benissimo il temporizzatore da due ore, il risultato sarebbe stato analogo. Anzi, tutto sommato sarebbe stata una metodologia persino più sicura: si sarebbero evitate operazioni ridondanti (la modifica del timer) scongiurando pure l'ipotesi - seppure remota - che l'attentatore potesse accorgersi della manomissione.
Inoltre, l'ipotesi di alterazione dell'orario di scoppio sembra accordarsi, più che con la teoria cara a Cucchiarelli del doppio attentatore, con quella del gesto singolo. Si tenga conto che anche nell'ambiente ordinovista molti attentati, almeno fino al dicembre 69, erano puramente dimostrativi. In questo contesto, la sostituzione del timer poteva essere funzionale a vincere eventuali resistenze - etiche o semplicemente pragmatiche - di un singolo esecutore materiale, pedina parzialmente inconsapevole di una regia superiore, che avrebbe portato la bomba nella banca convinto di non causare una strage. Questa ipotesi spiegherebbe pure le voci, circolate per molto tempo anche nell'estrema destra, della "strage per errore": pur essendosi rivelata una convinzione errata (e probabilmente da certuni fatta circolare ad arte) non è escluso che nell'ambiente ci fosse chi aveva validi motivi per essersela formata. Questa soluzione manterrebbe la strage nel solo alveo fascista, e sarebbe pure coerente col quadro organizzativo generale ordinovista, laddove, è bene ricordarlo, era presente una compartimentazione piuttosto rigida, in cui non sempre la "bassa manovalanza" era pienamente consapevole delle decisioni assunte ai livelli superiori.
Cucchiarelli pare accorgersi dell'incongruenza, ma la liquida con poche parole: "con i timer contraffatti con le manopole da 120 minuti ci si era assicurati che il disastro avvenisse, anche se fosse esplosa solo la bomba anarchica". Un po' poco per supportare la teoria.
Anche nel caso dei timer la ricostruzione de "Il segreto di Piazza Fontana" risente di due limiti. In primo luogo, si allunga la filiera organizzativa dell'attentato, andando a supporre una ricchezza di elementi che - seppure concatenati razionalmente - rendono la strategia dei fascisti troppo machiavellica, quando una più lineare sarebbe stata non solo ugualmente funzionale, ma soprattutto maggiormente priva di rischi d'intoppo: raddoppiando gli ordigni si aumentano il personale necessario e i margini di incertezza (basta il ritardo o l'anticipo di pochi minuti nell'entrare nella banca, e tutto diventa più difficile da gestire), in definitiva si aumenta la possibilità di venire scoperti. In secondo luogo, Cucchiarelli denota un limite che permea pure il resto del lavoro: nel seguire una propria deduzione non tiene conto del fatto che le intuizioni spesso portano a strade alternative. L'autore, invece, in questo come in altri casi ne segue una sola, quasi che - affascinato da un solo percorso - abbia trascurato ogni alternativa che lo possa portare a conclusioni diverse. Ad esempio, tutta la vicenda delle due bombe scomparse potrebbe avere ben altra spiegazione: il loro ritrovamento potrebbe essere stato impedito per lo stesso motivo per cui fu fatta brillare la bomba alla Commerciale Italiana, ossia per evitare che si risalisse in breve tempo alla matrice fascista degli attentati.

Le fonti e la loro attendibilità
Lo ribadiamo: dopo un inizio interessante, è nella seconda parte del libro che Cucchiarelli perde il senso della misura. A un certo punto sembra abbandonare l'approccio investigativo (inizialmente seguito meticolosamente, pur se con conclusioni discutibili) per scegliere quello fantapolitico. Ma nel cambio di registro narrativo lo scrittore fa di peggio, avvicinandosi non alla fantapolitica lucida e metaforica di Orwell, ma a quella molto meno nobile di Dan Brown. Lo schema è lo stesso: un segreto inconfessabile a conoscenza di pochi all'origine di una battaglia nascosta tra uomini e apparati. Alcuni vengono assassinati per il segreto che hanno scoperto. Cucchiarelli decodifica segni e messaggi indecifrabili, raccoglie verità da personaggi ancora nell'ombra...
Ma chi sono le fonti rivelatrici delle nuove "verità" di Cucchiarelli? Innanzitutto, Silvano Russomanno, ex dirigente del Sisde, ossia un funzionario di quei servizi segreti che operavano anche infiltrando neofascisti negli ambienti di sinistra, in particolare in quelli anarchici. E poi c'è Mister X, nella descrizione di Cucchiarelli "un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva". In altre parole, un pezzo grosso della destra extraparlamentare dell'epoca, che protetto dall'anonimato conduce il libro alle "scoperte" più eclatanti. E' Mister X a confermare l'esistenza delle bombe anarchiche e della miccia, a rivelare il particolare del doppio taxi e del doppio attentato, a ricostruire il percorso delle borse... E' dunque un personaggio anonimo a tracciare trama ed essenza del libro: lasciamo al lettore ogni valutazione circa la necessità di altri riscontri oggettivi o circa l'attendibilità che possa attribuirsi a tale fonte.

Su "Il segreto di Piazza Fontana" l'impressione complessiva è che Cucchiarelli si sia fatto prendere la mano dalle sue ricerche, in una specie di bulimia investigativa che gli fa vedere segreti dove segreti non esistono, che gli fa scambiare la dietrologia, solo perché ben documentata, il mezzo più opportuno per risolvere non solo Piazza Fontana, ma pure il caso Pinelli, l'uccisione di Mauro Rostagno (secondo l'autore ucciso da Lotta Continua, conclusione in contrasto con evidenze giudiziarie emerse di recente), la morte di Feltrinelli e l'omicidio Calabresi (ad avviso di Cucchiarelli assassinato, per aver scoperto "il segreto", da Lotta Continua in combutta con i servizi segreti). Decisamente troppo per un libro che denuncia il proprio limite fin dalla copertina, dove si afferma "finalmente la verità sulla strage", con un'enfasi che del volume sottolinea, più che la natura, i limiti di una scarsa umiltà. "Il segreto di Piazza Fontana" è, se non un depistaggio, un'occasione mancata. O forse un'operazione politica utile a ingenerare confusione e mettere in ombra importanti acquisizioni giudiziarie, tra cui l'innocenza degli anarchici, approfittando di un clima revisionista e cialtronesco che oggi rende possibile far rientrare dalla finestra veleni e sospetti già da tempo usciti dalla porta principale della storia.


sabato, 06 giugno 2009

Stavolta parlo di un libro appena uscito, curato da un caro amico, Roberto Scardova.

Riporto dalla Fonte:

http://www.edizioniambiente.it/eda/catalogo/libri/275


Carte False - L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità

a cura di Roberto Scardova

Edizioni Ambiente Collana Verdenero Inchieste

2009 - pagine: 192 - euro 14,00

«Sì, la gente ne parla», aveva risposto il sultano, «ho sentito dire che sono state trovate cisterne in mare, e che in qualche posto, durante la costruzione della strada, era stato insabbiato del materiale tossico». Poi era stato lui a guardarla dritto negli occhi. E cambiando tono aveva scandito le ultime parole dell'intervista. «Stia attenta, signorina. Da noi, chi ha parlato del trasporto di armi, chi ha detto di aver visto qualcosa, poi è scomparso. In un modo o nell'altro, è morto.»


Somalia, 20 marzo 1994: Ilaria Alpi, giornalista del Tg3 Rai, e il suo operatore Miran Hrovatin vengono uccisi da un commando in una via di Mogadiscio quando stanno per fare ritorno in Italia. Nei giorni precedenti hanno lavorato in uno scenario intricato e pericoloso, in cui agiscono politici somali e italiani, militari e funzionari dell'Onu, servizi segreti e imprese che costruiscono strade, contrabbandieri d'armi e trafficanti di rifiuti tossici. I documenti e i filmati realizzati da Ilaria e Miran arrivano in Italia solo in parte. Per fare luce sulle cause e sui modi della loro morte non sono bastati quindici anni di processi e le indagini due Commissioni parlamentari. Che cosa avevano scoperto i due giornalisti?

L'omicidio dei due giornalisti della televisione italiana, avvenuto quindici anni fa in Somalia, è ancora oggi uno dei grandi misteri nazionali. Nel paese africano, in quegli anni, agli interessi locali si mescolano gli affari internazionali, non solo politici ma soprattutto economici. La guerra tra fazioni, che i militari dell'Onu (tra cui gli italiani) a stento controllano, richiede denaro e armi. La cooperazione internazionale, di cui le aziende italiane sono parte importante, diventa terreno propizio per i traffici illeciti, come quello dei rifiuti tossici esportati dall'Italia e sepolti in Africa.

Ma le circostanze della tragedia sono solo l'inizio di un lungo percorso nel quale gli sforzi per svelare i nomi dei mandanti e degli esecutori dell'omicidio delineano a poco a poco un intreccio di politica, economia, istituzioni, poteri pubblici e privati che cercano di nascondere le ragioni vere del delitto.

Le parole dei testimoni e la loro interpretazione nelle indagini della magistratura e del Parlamento, le ammissioni e le omissioni, le mezze verità e le bugie palesi: un'inchiesta a più voci che è il testardo tentativo di continuare a cercare la verità dei fatti, per ricordare Ilaria Alpi applicando al lavoro del giornalista l'etica che la distingueva.


In queste pagine sono riuniti i contributi di giornalisti che negli ultimi quindici anni si sono occupati a fondo delle inchieste sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Il lavoro di indagine di Francesco Cavalli, Alessandro Rocca, Luciano Scalettari e l'analisi di Mariangela Gritta Grainer sono coordinati dal racconto di Roberto Scardova, vicecaporedattore e inviato del Tg3, cui si aggiunge la documentazione dell'impegno civile di Luciana e Giorgio Alpi, genitori di Ilaria, in un'intervista di Barbara Bastianelli e Francesco Cavalli.

Il libro nasce dall'attività realizzata intorno al Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, nato nel 1995 per diffondere l'impegno e il senso etico che hanno caratterizzato il lavoro della giornalista. Il concorso, promosso dalla Regione Emilia Romagna, dalla Provincia di Rimini e dal Comune di Riccione per riconoscere e accreditare l'impegno per l'inchiesta giornalistica televisiva sui temi della pace e della solidarietà, oggi rappresenta in Italia uno dei più importanti momenti di riflessione sul giornalismo d'inchiesta, grazie alla sua videoteca, ai convegni e alle pubblicazioni.
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categoria:ilaria alpi, le vittime di reti-invisibili
giovedì, 04 giugno 2009
recensione di Francesco “baro” Barilli e Checchino Antonini

Nella vita di una persona esistono fatti che determinano un prima e un dopo, in positivo o in negativo. Non sono molti: il primo incontro con qualcuno che si rivelerà fondamentale, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara… Ed esistono fatti che determinano un prima e un dopo in un’intera generazione.
In America esisteva una frase: “dov’eri quando hanno ucciso John Kennedy?”. Da noi non la si è mai usata, non così esplicitamente, neppure di fronte ad avvenimenti che hanno segnato l’esistenza collettiva. Pensiamo a Piazza Fontana, nel suo significato paradigmatico della strategia della tensione, nel suo rappresentare un orribile spartiacque per la storia del Paese. Sicuramente quella frase può essere usata per i fatti di Genova e l’omicidio di Carlo Giuliani, può essere usata da una generazione che si risvegliò dopo la notte della Diaz, definita di volta in volta notte cilena o macelleria messicana, fino a capirne i contorni assolutamente italiani, che mostrarono i limiti di una democrazia che stava scivolando verso il baratro, verso quell’enorme “zona gialla” che limita i diritti e che dopo Genova sembra essersi allargata all’intero Paese. 
“Con il nome di mio figlio. Dialoghi con Haidi Giuliani” (curato da Marco Rovelli e da poco uscito per le edizioni Transeuropa) lo si potrebbe quindi valutare come un ennesimo lavoro sul luglio 2001, avvicinandosi al testo pensando di trovarvi un approfondimento su quei giorni, più prezioso per la voce da cui proviene. Desiderio legittimo quanto errato: “Con il nome di mio figlio” non è un saggio su Genova, e neppure è (o non è “solo”) una serie di ricordi toccanti della madre di Carlo Giuliani.
Haidi aveva già raccontato Carlo e Piazza Alimonda in almeno due occasioni. Prima nel film di Francesca Comencini “Carlo Giuliani, ragazzo”, poi nel libro “Un anno senza Carlo”, scritto con Giuliano sotto la guida di Antonella Marrone. Se il film era la denuncia dell’omicidio, ed aiutava a rimettere nella giusta luce non solo i fatti di Piazza Alimonda, ma l’intera atmosfera che sconvolse Genova, il libro parlava del successivo percorso dei genitori del ragazzo ucciso da un carabiniere il 20 luglio 2001. Se il film raccontava la ricerca della verità, il libro mostrava come quella verità andasse difesa, come dovesse essere conservata la memoria di quei fatti.
“Con il nome di mio figlio” raccoglie un dialogo a ruota libera fra Haidi e Marco, intermezzato da pagine tratte dai diari di Haidi. Può apparire – e in parte è – più spezzettato e meno organico dei due lavori già citati, mancando un univoco tema narrativo. Ma, nonostante questo limite, è proprio in questo lavoro che Haidi e Marco costruiscono il panorama completo degli 8 anni trascorsi dal luglio genovese. Nel libro c’è tutto il Carlo che ci è consentito conoscere, senza travalicare il limite di un dolore che resta personale: il figlio, il ragazzo sensibile che scriveva le sue riflessioni in forma poetica su biglietti che la madre oggi custodisce con cura (uno, particolarmente intenso, appare sulla terza di copertina del libro), la vittima della repressione, ma anche il Carlo insorto, il ribelle che s’indigna di fronte all’ingiustizia che vede perpetrarsi davanti a sé e paga la propria ribellione con la vita. Ma c’è qualcos’altro, e forse questo è il vero valore aggiunto (e anche il merito di Marco Rovelli) rispetto ai lavori precedenti: c’è tutta la Haidi che in questi anni chi scrive ha potuto conoscere. La madre, ma anche la maestra che ha amato l’insegnamento (una testimonianza di questi tempi ancora più preziosa), la senatrice spaesata ma combattiva che segue la vita di chi è costretto in carcere o nei lager per migranti (siano essi definiti CPT o CIE poco importa: lager è ancora la parola più adatta a descriverli), la testimone di una scia di vittime che attraversa Genova partendo da lontano e arrivando fino a Dax, Aldro, Aldo Bianzino e tanti altri. In una parola, c’è la Haidi “compagna”, una parola che oggi sembra provocare quasi imbarazzo, ma che – come recitava una poesia di Paul Eluard che amava ricordare Giovanni Pesce – è una di quelle parole per cui vale la pena di vivere.
“Con il nome di mio figlio” non è un libro da commentare secondo semplici categorie quali “bello” “utile” eccetera. E’ un libro che racconta un percorso dove ad essere importante non è la meta, ma il viaggio. Un viaggio che potremmo definire “camminare domandando” e che al tempo stesso è percorso umano, politico, di impegno civile. Nel libro potrete trovare le tracce di quel cammino e di quelle domande. E per questo vi sarà prezioso quanto è caro a chi scrive questo commento...
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categoria:genova 2001, articoli-interventi, le vittime di reti-invisibili
lunedì, 01 giugno 2009
Di seguito trovate il documento che come "Comitato provinciale per la difesa della scuola pubblica nel lodigiano" avremmo voluto consegnare al ministro Gelmini il 30 maggio, in occasione della sua visita nel lodigiano.
Non ci è stato possibile: il Ministro ha preferito cambiare  il suo percorso e il programma della visita ed evitare il confronto...


Lodi, 30 maggio 2009


On Ministro Gelmini,

sono passati mesi da quando un movimento assai variegato ha contestato le prime direttive emerse sul tema della riforma della scuola italiana, in quel momento concentrandosi in special modo su scuola primaria e Università. Il tempo trascorso ha forse raffreddato l’interesse dell’opinione pubblica e dei principali media, distratti da altri avvenimenti e dalle imminenti scadenze elettorali e referendarie; contemporaneamente, e quasi paradossalmente, sono emersi più nitidi i dettagli della riforma, attraverso la quantificazione, seppure non definitiva, dei tagli d’organico che renderebbero difficilmente concretizzabili anche certe assicurazioni a suo tempo fornite (ad esempio, circa il mantenimento del tempo pieno nella scuola primaria).

Oggi ci rivolgiamo a Lei memori di Sue dichiarazioni passate secondo cui, a proposito dei recenti provvedimenti in materia, Lei avrebbe riferito l’intenzione di ascoltare tutte le voci, anche quelle più critiche nei confronti del Suo operato, ma rivendicando nel contempo la Sua piena titolarità (e, aggiungiamo, le conseguenti responsabilità) su decisioni che spettano a Lei e all’Esecutivo.

In realtà, almeno da quanto apprendiamo da organi di stampa, il livello di ascolto che Lei garantisce sembra essere più formale che sostanziale: ai presidi della regione Lazio, che in una lettera inviata alle famiglie hanno segnalato le prossime conseguenze della carenza di fondi dei propri istituti (mancanza di soldi per i supplenti o per le visite fiscali – rese obbligatorie dal Suo collega, Ministro Brunetta – impossibilità di garantire servizi previsti per legge, quali la copertura dell'ora alternativa alla religione) Lei ha replicato: "A un dirigente scolastico è richiesto di dirigere una scuola e io credo che debba assumersi oneri e onori. Deve finire l'abitudine a fare politica, a fare comunicazione, a scaricare sul ministero le responsabilità. Chi non sa dirigere, cambi mestiere. Chi lo sa fare vada avanti e risolva i problemi” (fonte: Repubblica, 28 maggio 2009). Fatte le dovute proporzioni, è come se a un cantoniere che si lamentasse col proprio ingegnere capo della mancanza di catrame per chiudere le buche sulle strade venisse riposto: “questi sono dettagli operativi che devi risolvere tu”. Lasciamo a Lei il compito di concludere la piccola metafora chiedendosi se, in quel caso, sia il cantoniere o l’ingegnere capo a dimostrarsi inidoneo alle proprie mansioni.

In ogni caso questo appare, se non il più adatto, l’ultimo momento in cui è possibile chiederLe un confronto che domani risulterà tardivo. Un confronto che ci auguriamo avvenga in forma pubblica, su temi che interessano una vastissima fascia della popolazione, dai genitori agli insegnanti arrivando agli studenti, per i quali l’argomento si fa ancora più importante coinvolgendo il loro stesso futuro di cittadini.

Di seguito Le presentiamo, in un elenco sintetico e peraltro non esaustivo, le principali problematiche sul tappeto, in un’ottica generale e con qualche riferimento particolarmente incentrato sul territorio lodigiano.

- In generale, i provvedimenti comporteranno una riduzione del tempo scuola in tutti gli ordini scolastici. Questo, va sottolineato, al di là di assicurazioni di segno contrario, in quanto il taglio degli organici (nel lodigiano si parla di 118 unità in meno, fra docenti e personale tecnico amministrativo) renderà il mantenimento dell’attuale tempo scuola impossibile o, nella “migliore” delle ipotesi, puramente nominale, svuotandolo di contenuti e qualità. Sull’argomento, e limitando l’analisi alla scuola primaria, si potrebbe obbiettare che la circolare Ministeriale già prevede l’assegnazione di due insegnanti per classe nel tempo pieno. Obiezione che, lungi dall’essere esaustiva, non fa che confermare il puro aspetto “di facciata” di un’assicurazione in cui si confonde (riteniamo scientemente) “tempo pieno” e “tempo scuola”, rilevando che l’assegnazione di due insegnanti per classe (e la conseguente introduzione degli “spezzoni orario”) è cosa ben diversa dal prevedere che i due docenti siano contitolari della classe stessa, e rilevando altresì che – come sopra accennato – il mantenimento del tempo scuola sarà ottenuto solo impoverendolo di contenuti. Più che di “spezzone orario” si potrebbe parlare di “spezzatino orario”.

- Analoghe considerazioni circa la qualità complessiva dell’offerta scolastica possono essere formulate sull’aumento degli alunni per classe (aumento che pare anch’esso inevitabile, perlomeno in talune situazioni, e sempre figlio dei tagli d’organico). Un aumento numerico che, andando di pari passo con la composizione sempre più variegata e complessa delle classi – che a sua volta rispecchia problematiche presenti nell’intera società italiana –  comporterà giocoforza un impoverimento dell’offerta didattica.

- Gli organici di diritto della scuola secondaria di primo grado non sono ancora stati assegnati. Di conseguenza i presidi non sono in grado di rispondere ai genitori in merito alle richieste espresse per l'anno scolastico 2009/2010. Il termine per l'assegnazione dell'organico cade il prossimo 30 giugno, e quindi i genitori saranno informati a settembre.

- Sempre restando alle scuole medie, nel lodigiano si prevede una diminuzione di cattedre in un numero oscillante fra 30 e 50 unità. Questo significa ridurre l'offerta formativa e poter offrire solo le 30 ore (6 mattine da 5 ore) anche per le future seconde e terze.

- Anche per quanto concerne gli Istituti Superiori sono molte le preoccupazioni derivanti dalla riduzione di risorse. Non crediamo che sarà possibile mantenere caratteristiche qualitative che fino ad oggi sembravano conquiste consolidate e riconosciute anche fuori dal territorio nazionale. Pensiamo alla sperimentazione, alle certificazioni linguistiche, al potenziamento dell’informatica ed in generale all’approfondimento disciplinare.

Tutto questo senza affrontare questioni che, seppure di grande importanza, rischierebbero di disperdere la discussione in mille rivoli e alle quali si fa solo un brevissimo accenno: la progressiva eliminazione degli specialisti di lingua inglese nella scuola primaria, la generale riduzione delle risorse finanziarie, la paventata – e allo stato solo congelata – soppressione delle realtà sottodimensionate, le difficoltà “collaterali” derivanti dai tagli d’organico (quali: impossibilità nell’organizzare attività a gruppi, attività di laboratorio o espressive, uscite didattiche “complesse” eccetera), lo stravolgimento degli esami di terza media, disposto a seguito di una circolare ministeriale emanata solo il 20 maggio senza tener conto del lavoro di preparazione già scrupolosamente strutturato dai docenti, e altro ancora…

Riteniamo però di dover concludere con un’annotazione generale. Appare naturale che, nel clima di precarietà e incertezza creatosi attorno alla riforma scolastica, e viste le singole aspettative che legittimamente genitori, studenti e insegnanti pongono ognuno riguardo la propria specifica realtà, il problema scuola venga in futuro vissuto come una sorta di “si salvi chi può”, in cui i vari attori combatteranno nell’ottica di salvaguardare la propria singola realtà, sia essa una cattedra, una classe, un istituto… Tutto questo potrebbe creare una situazione conflittuale in cui “gli ultimi” e “i penultimi”, smarrendo la visione del problema in termini generali, combatteranno fra loro per il mantenimento di singole posizioni. In tale contesto teniamo a precisare che da parte nostra non sarà considerata una vittoria un eventuale provvedimento che salvaguardasse, ad esempio, l’istituto X ai danni dell’Istituto Y. Questo perché se la scuola oggi deve difendersi, lo deve fare globalmente ed avendo di fronte sfide globali: l’integrazione in tempi brevi di quote di alunni immigrati che si faranno sempre più massicce, la progressiva crisi delle famiglie e dei contesti sociali, l’emergere di nuove forme di povertà e marginalità, l’impatto con la società multimediale, con le sue diverse modalità e velocità nell’influire sui rapporti interpersonali e nel gestire il flusso delle informazioni e della conoscenza.
La scuola deve diventare qualcosa che non sia solo fucina di sapere e di nuova cittadinanza (aspetti già di per sé fondamentali), ma anche primo presidio contro razzismi, egoismi, separazioni, emarginazioni. Una scuola, in altre parole che dovrebbe essere attrezzata e rafforzata per affrontare complesse situazioni di disagio, a loro volta relazionate con i mutati scenari sociali, economici e culturali. Tutto questo non lo si può fare effettuando tagli di risorse o considerando quale unica bussola di riferimento della riforma le esigenze del Ministero delle Finanze, che tutto può essere tranne che riferimento pedagogico. Perché la scuola non deve essere considerata una semplice voce di spesa all’interno del bilancio della “Azienda Italia”, ma bensì – come ammoniva Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra costituzione – è “un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue”.


Grati dell’attenzione che vorrà prestare alla presente, porgiamo distinti saluti.

Il Comitato provinciale per la difesa della scuola pubblica nel lodigiano
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categoria:articoli-interventi
lunedì, 01 giugno 2009
Di "Scuola Diaz: vergogna di stato" ho già parlato qui.

Ora volevo segnalare che a questo link potete trovare una bella intervista a Checchino Antonini, curature assieme a me e Dario Rossi del libro.


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categoria:genova 2001, le vittime di reti-invisibili
venerdì, 08 maggio 2009

In uscita: "Scuola Diaz: vergogna di stato".
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Il processo alla polizia per l'assalto alla Diaz al G8 di Genova

Edizioni Alegre

a cura di Checchino Antonini, Francesco Barilli, Dario Rossi. Prefazione di Massimo Carlotto

Genova, notte del 21 luglio 2001. Mentre i treni portavano via gran parte dei manifestanti, vittime poche ore prima di cariche indiscriminate, decine di agenti operavano una violentissima irruzione nella sede del Genoa social forum ferendo gravemente 63 persone e arrestandone 93 per associazione a delinquere. Accuse infondate che servivano a trovare dei capri espiatori per le violenze di piazza, utili a criminalizzare i movimenti contro il G8. In questo libro la ricostruzione dei fatti attraverso la requisitoria dei Pm pronunciata nel processo di primo grado che si concluderà con l'assoluzione della catena di comando e con lievi condanne per i responsabili di tale "macelleria messicana".

"La lettura di ogni singola pagina sgomenta e alla fine rimane il senso di impotenza delle vittime rimaste senza giustizia. Colpisce ogni singola vicenda, dramma personale in una tragedia collettiva. C'è da augurarsi che ognuna, grazie alla solidarietà e alla "nostra" concezione di intendere il mondo, abbia trovato la forza di superare i gravissimi traumi fisici e psicologici subiti quella notte". [Dalla prefazione di Massimo Carlotto]


Checchino Antonini, giornalista di Liberazione inviato a Genova nel 2001. Sul movimento No Global ha pubblicato Zona Gialla, Fratelli Frilli Editore, Genova 2002.

Francesco Barilli, mediattivista, coordina il sito www.reti-invisibili.net, collabora con Haidi Giuliani ed è autore di diversi lavori sulle giornate genovesi.

Dario Rossi, è avvocato di parte civile del Genoa Social Forum.

Massimo Carlotto, è uno dei più famosi scrittori europei di libri noir in gran parte pubblicati in Italia dalla casa editrice e/o.
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categoria:genova 2001, le vittime di reti-invisibili
giovedì, 07 maggio 2009
Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico morto nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 69 (in seguito a una caduta dal quarto piano della questura di Milano, durante le prime indagini sulla strage di Piazza Fontana) ha raccolto l’invito del Presidente Napolitano di partecipare alla cerimonia in ricordo di tutte le vittime del terrorismo e delle stragi, il prossimo 9 maggio. Lo ha fatto con la dignità di sempre: “è il riconoscimento che anche mio marito è stata una vittima”, ha confidato a La Stampa.
Molte voci accolgono favorevolmente il gesto di Napolitano. Fra queste, quella di Manlio Milani, Presidente dell’Associazione delle Vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia, che già due anni fa, in occasione della commemorazione della strage in cui perse la moglie, aveva chiesto un gesto da parte dello Stato in direzione di Giuseppe “Pino” Pinelli, l’assunzione di una responsabilità morale e civile nella morte dell’anarchico.
Fra queste voci favorevoli se ne levano altre di dissenso. Le agenzie riportano lo sconcerto di Mariella Magi (vedova dell'agente Dionisi, ucciso da Prima Linea) e le parole ancor più dure di Giovanni Berardi (figlio del maresciallo della Digos Rosario Berardi, assassinato nel 78), ma sono poche eccezioni. E nessuno ha finora raccolto il parere delle vittime della strage di Piazza Fontana, forse le persone maggiormente titolate ad esprimere un parere nel merito. Franca Dendena e Carlo Arnoldi (figli rispettivamente di Pietro Dendena e Giovanni Arnoldi, morti nell’attentato del 12 dicembre 69) non esprimono però perplessità sull’iniziativa di Napolitano. “Non ci sentiamo offesi dal gesto del Presidente. Anzi, lo accogliamo come un segno positivo nella direzione di costruire davvero quella memoria condivisa di cui il Paese ha bisogno. Un gesto significativo anche nel dire conclusa la stagione della violenza politica”.
Già poche settimane fa, prima che trapelasse la notizia dell’invito del Quirinale a Licia Pinelli, avevo avuto occasione di parlare con alcuni familiari delle vittime di Piazza Fontana. Era emerso il tema della pesantezza di una memoria ormai gravata da quarant’anni passati senza l’individuazione dei colpevoli. Ad una mia riflessione circa la necessità di non mettere una pietra sopra la vicenda mi era stato risposto che il punto non era quello: la pietra, piaccia o meno, c’è già e l’ha messa il tempo. “Il punto è riconoscere che tutte le Istituzioni sono state assenti – e in molti casi ben peggio che assenti – e questo riconoscimento deve avvenire dalla più alta carica dello Stato. Forse, se così fosse, potremmo dire davvero che qualcosa è cambiato”. La notizia dell’invito rivolto dal Presidente Napolitano alla vedova Pinelli, nella significativa occasione della cerimonia in ricordo delle vittime di terrorismo e stragi, è sicuramente un segnale positivo in quella direzione.

Francesco “baro” Barilli